J. L. Borges: Il Vangelo secondo Marco (riflessioni su)

J. L. Borges: Il Vangelo secondo Marco (da Il Manoscritto di Brodie 1970)

                                                    di Valerio Ferlito

 

  1. Introduzione

 

Penultimo della raccolta intitolata “Il manoscritto di Brodie” (1970), il racconto è considerato dallo stesso autore, nel prologo alla raccolta, “il migliore della serie”.

Esso compendia più temi principali e ricorrenti della sua opera narrativa ed esprime diversi livelli di significato.

Un tema, in particolare, costituisce la radice comune dei tanti altri che vi sono declinati: quello dell’inevitabilità del destino e del rapporto tra determinismo e libertà, tra caso e volontà.

Questo tema centrale, non solo nel racconto in commento, ma, in generale, nell’opera di Borges, ha radici filosofiche remote e a lui care: si pensi, tra l’altro, alla filosofia orientale e ai suoi influssi su Schopenhauer.

Qui, in particolare, egli fa implicito riferimento al pensiero di Baruch Spinoza, che, peraltro, influì anch’esso in modo importante su quello di Schopenhauer.

Il filosofo, mai nominato, viene evocato dal nome del protagonista del racconto stesso: Baltasar Espinosa.

Il tema del destino viene esaminato anche in chiave sociologica: il bipolarismo tematico barbarie/civiltà, simboleggiato dai protagonisti della storia: rispettivamente, la famiglia di fattori, i Gutre, e il nominato studente universitario di Buenos Aires, Baltasar Espinosa.

Con riguardo a tale opposizione tematica, avremo modo di constatare come Borges attinga ad insegnamenti della dottrina cristiana, tratti dai Vangeli.

 

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Baltasar Espinosa è uno studente universitario di Buenos Aires laureando in medicina, molto buono e grande oratore, che accetta, più per gentilezza che con convinzione, l’invito del cugino Daniel a trascorrere una villeggiatura in campagna, nella fattoria “La Colorada”, nei pressi di Junín, in provincia di Buenos Aires, sulle rive del fiume Salado.

Il fatto avviene alla fine del mese di marzo del 1928 (in quell’anno, il Venerdì Santo cadeva il 6  aprile). Sennonché, Daniel, dopo pochi giorni, è costretto ad assentarsi per concludere in città un affare di bestiame e Baltasar sceglie di rimanere in campagna con i suoi libri di studio, in compagnia dei fattori, la famiglia Gutre.

Una pioggia torrenziale fa straripare il fiume Salado ed isola completamente il luogo.

La rozzezza e l’ignoranza dei fattori, i Gutre, rendono difficile ogni dialogo.

Nella casa non ci sono libri, tranne il recente romanzo di Ricardo Güiraldes,  Don Segundo Sombra (1927) (citato in onore dell’amico scrittore), che descrive la provincia di Buenos Aires, la pampa e le avventure di un mandriano.

Espinosa, per riempire in qualche modo il dopopranzo, ne legge un paio di capitoli ai Gutre. Ma il padre era stato mandriano e non era interessato alle avventure di un altro mandriano.

Avendo trovato una Bibbia in inglese, nella quale, secondo l’uso dell’epoca, alla fine, era stata manoscritta la storia degli antenati dei Gutre, Baltasar, legge loro, traducendolo, il Vangelo secondo Marco.

I fattori, pur analfabeti, rozzi e non credenti, seguono con sospetta attenzione e con silenzioso interesse il racconto evangelico, pervenendo ad imprevedibili conclusioni.

 

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Espinosa, come accennato, simboleggia la civiltà, la cultura, la spiritualità, i libri, la letteratura, che entrano  in contatto con la barbarie, l’ignoranza, la superstizione e la crudeltà di un mondo, quello delle periferie, del sud, della pianura, della pampa, rappresentato, nel racconto, dalla famiglia di gauchos, i Gutre.

Questi sono tre, il padre, vedovo (l’unico che parla nel racconto), un figlio, notevolmente rozzo, ed una ragazza di incerta paternità.

Dalle ultime pagine manoscritte della Bibbia, si apprende che sono discendenti da contadini provenienti dalla Scozia, che agli inizi dell’800 erano arrivati in Argentina ed il cui nome originario era Guthrie.

Si erano incrociati con indiani, per cui “nel loro sangue persistevano, come segni oscuri, il duro fanatismo del calvinista e le superstizioni dell’indiano della pampa”.

Il fattore sanguineo, su cui Borges indugia, assumerà rilevanza nell’interpretazione del racconto.

In poche generazioni, hanno dimenticato l’inglese e parlano poco e male lo spagnolo.

Sono analfabeti e mancano di fede. Gente abituata alla solitudine, al duro lavoro e all’obbedienza.

Il tema del sud, della pampa, è ricco di valori simbolici nella produzione letteraria di Borges, valori che hanno subìto modificazioni con l’avanzare dell’età del Maestro.

Nell’opera giovanile e della maturità, esso evoca la fatalità del destino ed un impulso inconscio a perseguirlo; esprime una forte, sotterranea  attrazione, cui l’uomo non riesce a sottrarsi (inevitabilità), onde, una volta varcata una certa soglia, insieme con l’irreversibilità, incontra il castigo.

Sottostante a tali significati simbolici, c’è la vita stessa di Borges nella sua realtà biografica, i suoi antenati militari, la sua “smania per un destino epico”[1], che le condizioni fisiche gli hanno negato, il rimpianto e la nostalgia di quel mondo a lui inaccessibile.

Su questi sentimenti,  i libri e la letteratura diventano per lui “finzioni”, pallide immagini riflesse della  vita fatta di azione e di coraggio, di polvere e di sangue in battaglia, del vivido brillare di un pugnale o di una spada.

“I sentieri sono due. Quello dell’uomo/ di ferro e di superbia, che cavalca/con salda fede per la dubbia selva/ del mondo, tra gli sberleffi e la danza/ immota del Demonio e della Morte,/ e l’altro, breve, il mio”[2].

L’età, tuttavia, – Borges scrive “Il Vangelo secondo Marco” a settantun anni – ha attenuato in parte l’immagine epica.

Dapprima, attributo di tale mondo era la ὕβρις (hybris) del protagonista, l’orgoglio tragico e sprezzante che lo conduceva in braccio al destino fatale.

Ciò si estendeva anche alle figure più plebee di guerrieri, i gauchos.

Emblematica la figura di Benjamín Otálora, tratteggiata nel racconto Il Morto[3], che in un crescendo di tracotante ambizione supera  il punto di non ritorno, così guadagnandosi una morte violenta.

La nostalgia per la vita d’azione dei suoi antenati indusse Borges giovane e della maturità a guardare con rispetto e forsanche con simpatia a queste figure plebee di argentini della pampa, cui riconobbe virtù egregie come il coraggio, la lealtà e persino un peculiare codice d’onore.

In età più avanzata, la sua valutazione si fa più ponderata, il mondo dei gauchos, della pampa e del sud perde la fascinazione irradiata dall’ἔπος (èpos), per divenire in modo prevalente – e forse più realistico – simbolo di barbarie, di degrado, di abbrutimento, da contrastare con la civilizzazione.

I limiti insormontabili alla sua vita d’azione, dipendenti dalla debolezza della vista, che diviene cecità all’età di cinquant’anni, giustificano la sua concezione dell’inesorabilità del destino, della predestinazione, del determinismo, della negazione del libero arbitrio, temi, questi, ampiamente sviluppati nella sua opera, che, tra l’altro, trovano fondamento in pensieri filosofici risalenti: “E’ di ferro il tuo destino, così il giudice”[4].

Nel racconto, come detto, egli fa riferimento al pensiero di Spinoza, filosofo di cui non cita il nome, ma al quale rinvia mediante il nome del protagonista: Espinosa.

Nella parte finale di queste riflessioni, ci soffermeremo sul tema del destino nel determinismo spinoziano e potremo così constatare quanta affinità lo colleghi a quello delineato da Borges nel racconto stesso, ove, non l’ἔπος (èpos) e la ὕβρις (hybris) guidano il soggetto, ma una più profonda consapevolezza di sé stesso e della realtà.

Ma riprendiamo dal filo narrativo.

Come accennato in apertura, Borges trae spunto da alcune massime evangeliche per compiere la revisione della sua originaria condiscendenza a quel mondo virile, ma cieco, rozzo e violento.

Nel sangue dei Gutre, egli evidenzia, persiste “il duro fanatismo del calvinista”.

Per loro, l’autorità del testo sacro si estende all’oratore che lo detiene e lo legge.

Essi, dunque, anche per altre ragioni che esamineremo, identificano Espinosa con la figura di Gesù Cristo, “il più grande dei maestri orali”[5].

Ascoltano con sorprendente interesse la lettura del Vangelo secondo Marco loro data da Espinosa, e addirittura chiedono di poterlo riascoltare “per capirlo bene”.

Viene così sottolineata l’importanza del senso letterale del testo sacro nel protestantesimo calvinista.

Ma ne traggono una superstiziosa conclusione: che la ripetizione della morte in Croce di Cristo li avrebbe salvati dall’inferno: il fattore sanguineo, questa volta, agisce come “superstizione dell’indiano della pampa”.

“Gli uomini, lungo i secoli, hanno ripetuto sempre due storie: quella di un vascello sperduto che cerca nei mari mediterranei un’isola amata, e quella di un dio che si fa crocifiggere sul Golgota” (Coazione a ripetere nella storia).

Borges richiama il mito dell’”eterno ritorno”,  che affonda le proprie radici nel più antico pensiero orientale, negatore del tempo e della storia, che permeò il pensiero occidentale attraverso la filosofia greca (ripetizione dell’archetipo e teoria della reminiscenza di Platone), per essere, infine, ripreso e valorizzato da Nietzsche[6].

I Gutre si convincono che Baltasar Espinosa è Gesù Cristo, lo considerano un maestro, lo trattano con molto rispetto, lo “vezzeggiano” e gli chiedono persino la benedizione; poi, vedremo, inopinatamente, quasi compulsivamente, obbedendo ad un istinto cieco, lo insulteranno, gli sputeranno addosso e lo crocifiggeranno.

Nessun personaggio del Vangelo interpreta questo ruolo, costituendosi come simile esempio.

Non un crocifissore aveva prima chiesto a Gesù la benedizione, né lo aveva considerato maestro.

La condotta dei Gutre non può ragionevolmente ritenersi ispirata dalla lettura del Vangelo, che, se rettamente inteso, non induce al Deicidio, ma si limita a narrarne il dramma.

I Gutre, invece, riescono a cogliere dall’ascolto della lettura del Vangelo la suggestione pagana che l’offerta di un sacrificio possa propiziare la loro salvazione.

Tale convincimento e la conseguente azione sono, dunque, soltanto frutto di “matta bestialità”. Costituiscono un tragico non-senso, un gesto gratuito di cieca e truce barbarie.

Nel citato saggio “Del culto dei libri”, Borges ricorda coloro che hanno parlato contro i libri, in favore della lingua orale e riferisce il dialogo filosofico tratto dal Fedro di Platone: “Il maestro sceglie il discepolo, ma il libro non sceglie i suoi lettori, che possono essere malvagi o stupidi” e il pensiero  di Clemente di Alessandria:  “ Scrivere in un libro tutte le cose è lasciare una spada in mano a un bambino”[7], che deriva dalla massima evangelica:  “Non date le cose sante ai cani né gettate le vostre perle davanti ai porci, acciocché non le calpestino coi piedi, e si volgano contro di voi e vi sbranino”[8].

I Gutre dimostravano soltanto un interesse di tornaconto alla parola sacra, preoccupati di ricevere un vantaggio personale, compiendo il sacrificio dell’uomo che reputano essere Gesù; si erano, infatti, premurati di accertarsi, prima di compiere l’azione, che la salvazione riguardasse anche i crocifissori: “E si sono salvati anche quelli che gli hanno piantati i chiodi?”

Leggere il Vangelo ai Gutre è equivalso a “dare le cose sante ai cani e gettare le perle davanti ai porci; essi le hanno calpestate coi piedi e si sono rivoltati contro, sbranando”.

Borges assume nel racconto un atteggiamento critico nei confronti della dottrina protestante, in particolare di quella calvinista, che, privilegiando il senso letterale delle sacre scritture, ne rimette l’interpretazione al “chiunque”.

Questo metodo può produrre mostri. Senza un prudente magistero, il testo sacro può divenire “spada in mano a un bambino”.

E’ questa insensata cecità che radicalizza, nella visione di Borges maturata nella vecchiaia, il confronto barbarie/civiltà, spegnendo ogni margine di condiscendenza verso la prima e auspicando l’ordine di una civilizzazione necessaria ad ogni costo.

Nei “Prologhi” alle opere di Domingo Faustino Sarmiento, “Ricordi di Provincia”[9] e “Facundo”[10], egli chiarisce l’evoluzione del suo pensiero in merito al “dilemma” civiltà o barbarie e, in particolare, afferma:  “Sarmiento continua a porre l’alternativa: civiltà o barbarie. Conosciamo già la scelta degli argentini. Se invece di canonizzare il Martìn Fierro avessimo canonizzato il Facundo, un’altra sarebbe la nostra storia e migliore”.

Nel racconto “Pierre Menard, autore del «Don Chisciotte»”, Borges, riferendosi ad errori ed omissioni compiuti da M.me Henri Bachelier in una pubblicazione su un giornale protestante, riguardante l’opera del romanziere Pierre Menard, aveva definito deplorevoli i lettori di quel giornale, aggiungendo: “anche se questi sono pochi e calvinisti, quando non massoni e circoncisi”[11].

Egli contrasta, sul punto, l’insegnamento del pur amato Spinoza, che, in tema di interpretazione delle sacre scritture, aveva affermato: “Questo metodo non esige altra guida che quella del lume naturale: il nostro metodo non esige altro”[12].

 

  1. Analisi del racconto

 

Premesse queste considerazioni di carattere generale, è ora possibile soffermarsi con maggiore dovizia di dettaglio sui densi elementi circostanziali che popolano il racconto.

S’è detto che sono rinvenibili diversi livelli di significato ed è stato, intanto, accennato al tema del bipolarismo barbarie/civiltà, che ne costituisce la dimensione sociologica.

Dentro questa cornice, s’inscrivono altri significati.

Un primo, aderente al contenuto narrativo, indica, s’è visto, l’identificazione di Baltasar Espinosa con Gesù Cristo: lo stesso suo nome consente di attribuirgli la possibilità, propria del panteismo spinoziano, di farsi, grazie all’adeguatezza della conoscenza razionale di sé stesso e dei propri affetti, uno con la natura e, dunque, con Dio: “Chi intende chiaramente e distintamente sé stesso e i propri affetti ama Dio e tanto più quanto più conosce sé stesso e i propri affetti”[13]

Altro, allegorico, stabilisce un parallelo tra Espinosa e Borges, simbolo della civiltà e delle lettere, che vengono uccise dai Gutre/barbarie.

Nella “Poesia congetturale”[14], Francisco Laprida, antenato militare di Borges, viene ucciso in battaglia dai gauchos-barbari; adesso, la medesima sorte tocca a Borges-letterato, pur se non in battaglia.

Con la maestria che gli è consueta, Borges arricchisce il racconto di innumerevoli riferimenti che caratterizzano, per pennellate, i personaggi, conducendo gradualmente il lettore verso l’esito scioccante della storia.

Baltasar Espinosa ha trentatré anni e possiede, abbiamo visto, due particolarità degne di nota: è un grande oratore ed ha una quasi illimitata bontà.

Borges nelle sue opere ha più volte fatto riferimento a Gesù come al “più grande dei maestri orali”.

L’illimitata bontà è notoriamente una qualità di Gesù (in “Frammenti di un Vangelo apocrifo”[15], Borges enuncia più massime confermative).

Espinosa compie alcune azioni che diminuiscono la distanza della famiglia Gutre da sé stesso, che, in quel frangente, assente il cugino Daniel, impersona il padrone; distanza alla quale i fattori erano storicamente abituati: li aiuta (o intralcia?) a mettere in salvo il bestiame insidiato dall’impaludamento della zona; consente loro di trasferirsi in una stanza in fondo al cortile della fattoria, poiché la casa nella quale abitavano era minacciata da uno stillicidio.

Al trasloco fa persino seguire  la commensalità: “mangiavano insieme nella grande sala da pranzo”.

E’ inconsapevolmente indotto ad assumere l’habitus del predicatore: si fa crescere la barba e “ricordando le lezioni di elocuzione a Ramos Mejía, si alzava in piedi per predicare le parabole”: questa la sua tenue ὕβρις , che lo condurrà in braccio al destino fatale.

Il comportamento di Espinosa modifica in modo impercettibile ma graduale il suo rapporto con i fattori.

Essi non lo considerano più come un padrone distante, che incute timore, cui si deve obbedienza.

Vengono gradualmente  identificandolo con la figura del maestro, ed il loro rispetto diviene più confidenziale: “Espinosa sentì che erano come i bambini, che gradiscono più la ripetizione che non la variazione o la novità” ed ancora, “Non era più un forestiero e tutti lo trattavano con cura e quasi lo vezzeggiavano”.

Il riferimento ai bambini richiama ancora il passo citato di Clemente di Alessandria circa la pericolosità del contenuto di un libro.

“Mentre leggeva, si accorse che raccoglievano le molliche che aveva lasciato sulla tavola”. Evidente gesto di venerazione, allusivo alla “Comunione con il corpo di Cristo”.

Differenziato significativamente da quello degli altri due componenti della famiglia Gutre, risulta essere il carattere della “ragazza di incerta paternità”.

Questa viene descritta, a più tratti, con l’animo gentile e riconoscente.

“Un’agnellina che la ragazza vezzeggiava e adornava con un nastrino celeste si era ferita contro un filo spinato.

Per fermare il sangue, volevano metterci sopra una ragnatela; Espinosa la guarì con alcune pillole. La gratitudine che suscitò quella guarigione non smise di meravigliarlo”.

Insieme all’elemento dell’animo gentile della ragazza, emerge anche quello della guarigione miracolosa, che suscita gratitudine.

“Il giovedì notte lo svegliò un colpetto soave alla porta … si alzò ed aprì: era la ragazza. Nell’oscurità non la vide, ma dal rumore dei passi si accorse che era scalza e dopo, nel letto, che era venuta nuda dall’altra parte del cortile … Era la prima volta che conosceva un uomo”.

Il colpetto soave conferma un garbo ed una delicatezza sconosciuti agli altri componenti della famiglia di gauchos.

L’episodio della visita della ragazza assume valore cruciale nell’economia del racconto.

Esso indica una svolta decisa nei rapporti tra Baltasar e i Gutre.

Finora, egli era stato il solo protagonista: in apertura di racconto, Borges scrive: “Il suo protagonista fu uno studente di medicina, Baltasar Espinosa”.

L’incontro notturno con la ragazza Gutre, dapprima indicata d’incerta paternità, d’ora in poi, invece, considerata senz’altro figlia del fattore, realizza un’inversione di ruoli.

Espinosa è toccato da un profondo sentimento che lo vincola ad un volontario silenzio sull’accaduto; egli sente di dovere rispetto alla ragazza: è conquistato dal suo gesto, che considera di spontanea donazione.

Ma questo sentimento di solidarietà, che lo induce a serbare il segreto nei confronti di colui che adesso considera senz’altro padre della ragazza, conferisce all’incontro una coloritura di disonorevole inconfessabilità, che, avvicinandolo all’inciviltà dei Gutre, gli procura un qualche timore e ne condiziona il comportamento.

Infatti, il giorno dopo (venerdì) è Gutre-padre a condurre il dialogo, egli che quasi non sapeva parlare,  ponendo a Baltasar domande che sottendono profonde questioni teologiche e che lo mettono in difficoltà.

Borges così evidenzia la svolta: “Il giorno seguente cominciò come i precedenti, tranne il fatto che il padre parlò con Espinosa e gli domandò…”.

Gli chiese se Cristo si fosse fatto uccidere per salvare tutti gli uomini e, alla risposta affermativa, gli chiese se si fossero salvati dall’inferno anche coloro che gli avevano piantati i chiodi.

Espinosa si sentì nell’obbligo di giustificare ciò che aveva letto e, dunque, sebbene fosse un libero pensatore, la cui teologia era incerta, rispose di sì.

Ma cosa ha determinato il comportamento della ragazza? Si è trattato effettivamente di una sua libera scelta personale?

Borges ci offre, al riguardo, alcuni indizi: la ragazza al suo arrivo giovedì notte nella stanza di Espinosa non lo abbracciò, non gli disse una parola, tremava e, quando andò via, non gli diede un bacio.

Non sembra il comportamento di una persona animata da un sincero sentimento d’affetto, né, ancor meno, da una passione amorosa.

Appare piuttosto la condotta di chi sta compiendo una missione con sacrificio personale.

Il fanatismo calvinista dei Gutre aveva fatto loro intendere che la morte di Gesù era stata preceduta dall’accertamento di una sua presunta colpa. Essa, dunque, non costituiva assassinio, ma pena inflitta con ragione, e ciò la giustificava.

Occorreva che anche Espinosa commettesse una violazione, che ne giustificasse l’uccisione.

Gutre-padre non chiede nulla dell’episodio accaduto la notte precedente, perché gli era già noto, essendone stato l’ideatore ed avendolo ritenuto funzionale al disegno di reputata salvezza.

L’esistenza della premeditazione è comprovata dalla circostanza che, ancor prima della visita notturna della ragazza, i Gutre «Gli dissero che il temporale aveva rotto il tetto del capannone e che glielo avrebbero fatto vedere non appena fossero sistemate le travi».

Espinosa non lo avrebbe mai più visto: le travi le vide soltanto subito prima di morire, in forma di Croce.

I ruoli sono ormai invertiti: Espinosa è divenuto timoroso ed incerto, Gutre-padre sicuro e determinato, essendosi realizzata la fusione dell’elemento fanatico con quello superstizioso, esistenti nel suo DNA.

Di pomeriggio, “Genuflessi sul pavimento di pietra gli chiesero la benedizione. Poi lo maledissero, gli sputarono addosso e lo spinsero fino in fondo al cortile. La ragazza piangeva”.

Lì avevano eretto una Croce con le travi del capannone.

La ragazza piange per il senso di colpa, perché ha tradito.

Insieme con gli evidenziati  tratti della personalità di Espinosa, funzionali alla sua identificazione con Gesù Cristo, Borges gli attribuisce anche numerosi elementi autobiografici.

Baltasar Espinosa  è stato istruito dal padre, un libero pensatore,  nella dottrina di Herbert Spencer. Nell’ “Abbozzo di autobiografia”, Borges riferisce che suo padre, Jorge Guillermo,  avvocato, professore d’inglese e di psicologia, scrittore, era un “anarchico filosofico discepolo di Spencer”[16].

Il giovane Espinosa – narra il racconto – mantenne sempre fede negli anni alla promessa fatta alla madre di recitare tutte le sere il Padrenostro e di farsi il segno della croce.

Dalle conversazioni radiofoniche con Osvaldo Ferrari, apprendiamo questa rivelazione:  “Ecco, questo tratto è autobiografico; promisi a mia madre di dire sempre il Padrenostro e lo faccio tutte le sere”[17].

Descrivendo il carattere di Baltasar Espinosa, Borges si sofferma, tra l’altro, sulla qualità del coraggio: “Non mancava di coraggio; una mattina aveva scambiato, con più indifferenza che collera, due o tre pugni con un gruppo di compagni che volevano costringerlo a partecipare a uno sciopero universitario.”

Dalle conversazioni con Burgin del 1968, conosciamo un episodio della sua vita singolarmente evocativo:  “Ricordo che un giorno, mentre stavo parlando di Coleridge, quattro studenti  irruppero nell’aula, mi dissero che in assemblea era stata votata una risoluzione di sciopero e mi chiesero di interrompere la lezione. Preso alla sprovvista, senza rendermi conto di quel che facevo, mi ritrovai dall’altra parte dell’aula a fronteggiare quei quattro ragazzotti, dicendo loro che un uomo può prendersi  la responsabilità di decidere per se stesso ma non per altre persone, e che erano davvero pazzi se pensavano che mi sarei sottomesso alle loro assurde richieste. Mi guardarono sbalorditi perché non si aspettavano una simile reazione da parte mia. … dissi anche: dal momento che ci sono parecchie signore qui, se avete qualcos’altro da dirmi, andiamo pure fuori in strada, e regoliamo i conti”[18].

Altri aspetti del carattere di Espinosa sono coerenti con quelli di Borges: la mitezza, l’accondiscendenza, la volontà di non entrare in conflitto con il prossimo: “Non gli piaceva discutere; preferiva che l’interlocutore avesse ragione, piuttosto che lui.” E, ancora: “Quando Daniel, suo cugino, gli propose una villeggiatura nella fattoria La Colorada, disse subito di sì, non perché gli piacesse la campagna, ma per naturale gentilezza e perché non cercò ragioni valide per dire di no.” Nei suoi  “Frammenti di un Vangelo apocrifo”, Borges aveva affermato: “Felice colui che non insiste nell’avere ragione, perché nessuno ha ragione o tutti l’hanno”[19].

Ulteriore elemento autobiografico è costituito dal luogo di ambientazione del racconto: Il fatto avviene, come ricordato, nella fattoria La Colorada, nei pressi di Junín, in provincia di Buenos Aires, sulle rive del fiume Salado. “Una sera, Espinosa domandò loro se la gente di quelle parti non conservava ancora qualche ricordo degli attacchi degli indiani, quando il comando della frontiera si trovava a Junín”. A Junín vissero, per un periodo di circa 4 anni, i nonni paterni di Borges, il colonnello Francisco Borges Lafinur e la nonna inglese Fanny Haslam.

In “Altre conversazioni con Osvaldo Ferrari”, si legge: “Mia nonna visse quasi quattro anni a Junín. Aveva sposato il colonnello Francisco Borges, che abbiamo ricordato, e si sentiva felice – lo disse a mia madre – poiché aveva suo marito, suo figlio, la Bibbia e Dickens, e non aveva bisogno d’altro. Non aveva nessuno con cui parlare – stava in mezzo ai soldati –  e più in là c’era la pianura con gli indios nomadi, le tende di Coliqueo, un indio amico, e quelle di Pincén, indio guerriero, indio di razzìe”[20].

Borges, agnostico in perenne ricerca di Dio: “La nera barba pende sopra il petto./ Il volto non è il volto dei pittori./ E’ un volto duro, ebreo. Non lo vedo/ e insisterò a cercarlo fino al giorno/ dei miei ultimi passi sulla terra”[21], sceglie il “Vangelo secondo Marco”, che nel racconto viene due volte citato come “Il Vangelo secondo San Marco”, probabilmente perché, tra i quattro, è quello che adotta uno stile più scarno ed essenziale, meno intellettuale, e più coerente con la sua poetica, è più marcato dal simbolo della Croce e ci restituisce un’immagine più umana di Gesù.

 

  1. Conclusioni

 

Dall’esame del racconto, è emerso con buona evidenza come la condotta di Espinosa sia contrassegnata dal compimento di una serie di atti, più o meno consapevoli, tutti orientati coerentemente a determinare o, comunque, a facilitare un esito per lui tragico: la scelta di rimanere da solo nella fattoria “La Colorada”, di diminuire le distanze, sia fisiche che morali, con la famiglia dei fattori Gutre, di leggere loro il Vangelo con un’enfasi oratoria accattivante, di farsi crescere la barba, di consumare il rapporto sessuale con la ragazza, di fornire al padre risposte alle sue domande pregiudizievoli per sé stesso.

In altri termini, Baltasar Espinosa cerca, in un modo inconsapevole e segreto, la morte.

Borges tratta, dunque, il tema del rapporto tra libertà e destino, tra libero arbitrio e determinismo, tema costituente un τόπος (tòpos) della sua produzione letteraria.

Ma il protagonista del racconto non è un eroe, non è animato dall’ἔπος (èpos), la sua ὕβρις (hybris) è tenue; egli è uomo di lettere, oratore, è capace di “conoscenza adeguata”, mediante intelletto, nell’accezione spinoziana, questa è la via che lo condurrà alla morte.

Borges non crede nel libero arbitrio[22], ritiene, invece, che il destino di ciascuno sia in qualche modo prefissato e derivi dalla somma e dalla ramificazione di cause ed effetti, forse infinita, delle scelte compiute non in libertà: “Nel primo volume dei Parerga und Paralipomena rilessi che tutti i fatti che possono accadere a un uomo, dall’istante della sua nascita a quello della sua morte, sono stati preordinati da lui. Così, ogni negligenza è deliberata, ogni incontro casuale un appuntamento, ogni umiliazione una penitenza, ogni insuccesso una misteriosa vittoria, ogni morte un suicidio. Non c’è consolazione più abile del pensiero che abbiamo scelto le nostre disgrazie; una tale teleologia individuale ci rivela un ordine segreto e prodigiosamente ci confonde con la divinità”[23].

“Tale trama di ferro/ …/ E’ il grande albero delle cause/ e dei ramificati effetti;/ …/ L’universo è uno dei suoi nomi./ Nessuno lo ha mai visto/ e nessun uomo può vedere altro”[24].

Per Borges, il caso coincide con il destino: “Il caso o il destino, entrambi nomi/ di una segreta cosa che ignoriamo,/ …”[25].

“Il nostro destino (a differenza dell’inferno di Swedenborg e dell’inferno della mitologia tibetana) non è spaventoso perché irreale; è spaventoso perché è irreversibile e di ferro”[26].

Richiama nuovamente, qui in termini consonanti, il protestantesimo calvinista, che pone una forte enfasi sulla dottrina della predestinazione.

Così pure, v’è adesione all’impostazione deterministica di Spinoza, secondo cui soltanto Dio, che è la causa immanente e necessaria del mondo o natura, è libero di autodeterminarsi, mentre la libertà dell’uomo consiste solo nel comprendere l’ordine delle cose fondendosi con esso, nel ragionare ed agire come parte di un Tutto necessario: “La volontà non può essere chiamata causa libera, ma soltanto necessaria”[27].

“Non sanno che la mano destinata/del giocatore conduce la sorte,/non sanno che un rigore adamantino/governa il loro arbitrio di prigioni.//Ma anche il giocatore è prigioniero/(Omar afferma) di un’altra scacchiera/di nere notti e di bianche giornate.//Dio muove il giocatore, questi il pezzo./Quale dio dietro Dio la trama ordisce/di tempo e di polvere, sogno e agonia?”[28]

L’uomo crede di essere libero, di potere compiere scelte, ma non conosce la causa delle scelte da lui operate. La libertà consiste, dunque, per Spinoza (e per Borges), nella conoscenza razionale delle cause, che, come abbiamo visto, costituiscono una trama necessaria, che retrocede ad infinitum di termine in termine.

La conoscenza, mediante la ragione, dell’ordine del mondo, cioè la comprensione delle leggi causali che lo governano, avvicinano l’uomo a Dio-Natura, nel panteismo spinoziano condiviso da Borges.

L’uomo, tendendo a tale conoscenza, vuole operare le scelte che lo pongono in armonia con la Natura-Dio: egli opera scelte necessitate da leggi causali, ma, paradossalmente, in tal modo, esprime una precisa sua volontà adesiva. In ciò consiste la sua relativa libertà.

Su questa premessa, il racconto diviene intellegibile: Espinosa-Spinoza, in modo oscuro, profondo e segreto, ha intuito il suo ruolo, la sua missione nel mondo: la natura è infinitamente più forte dell’uomo finito e fragile, onde egli non può che obbedirle: “L’uomo è sempre necessariamente sottoposto alle passioni, segue l’ordine comune della natura, obbedisce a esso e, per quanto esige la natura delle cose, vi si conforma”[29].

Egli vuole rimanere fedele al destino disegnato dalla trama causale universale di cui è parte, e compie gli atti funzionali alla sua realizzazione. Non fa nulla per ostacolarlo: se così è previsto, se cioè è necessario, cerca la morte.

Ne segue il corollario, affascinante per Borges, secondo cui l’uomo accetta gli effetti delle proprie azioni: in ciò è la sua libertà: nel comprendere con la ragione che il suo destino realizza in modo necessario una pur minima parte dell’ordine naturale.                                                                                                             “Francesca… sa di aver peccato e segue fedele il suo peccato, dal che le viene una grandezza eroica. Sarebbe terribile se si pentisse, se si lamentasse di quanto è avvenuto. Francesca sa che il castigo è giusto, lo accetta e continua ad amare Paolo”[30].

“Dante comprende e non perdona; questo è il paradosso insolubile. … Sentì (non capì) che le azioni dell’uomo sono necessarie e che è parimenti necessaria l’eternità, di beatitudine o di perdizione, che esse gli procurano. Anche gli spinoziani e gli stoici negarono il libero arbitrio, anche gli spinoziani e gli stoici promulgarono leggi morali. E’ superfluo ricordare Calvino, il cui decretum Dei absolutum predestina gli uni all’inferno e gli altri al cielo”[31]

S’intravedono anche influssi del pensiero orientale, che molto segnò sia la formazione e l’opera di Borges, sia quelle di Schopenhauer, relativi al karma individuale, derivante dalle vite precedenti dell’anima, nel ciclo infinito delle sue trasmigrazioni (samsara).

Sotto questo profilo, I Gutre e Baltasar Espinosa seguono due destini tragici paralleli, come risucchiati dal medesimo gorgo inevitabile: l’inconscia, ossessiva pulsione fatale a superare un limite, che Borges simboleggia come Sud, come pianura, come pampa: “quella foce stretta/ dov’Ercule segnò li suoi riguardi/ acciò che l’uom più oltre non si metta”[32].

Diversa è però la causa: i primi, barbari ignoranti, sono sopraffatti dalle loro cieche passioni e dalla loro mitologia pagana e superstiziosa, propiziata dal fattore sanguineo; Espinosa è capace di conoscenza adeguata, cioè completa, della trama delle cause che governano la natura: egli sa, dunque, qual è il suo destino: “E’ proprio della natura della ragione contemplare le cose non come contingenti, ma come necessarie”[33].

Ma il destino cogente può essere allegoricamente traslato dall’individuo all’intera collettività: all’Argentina, al Sudamerica.

Su questo piano socio-politico, Borges, come evidenziato dai citati “Prologhi”, propende ormai per la soluzione prospettata da Domingo Faustino Sarmiento nel suo Facundo, o civiltà e barbarie (1845), della necessità di civilizzazione con ogni mezzo, ad ogni costo.

[1] Borges, “Abbozzo di autobiografia”, Einaudi, 1998, p. 130.

[2] Borges, “Due versioni di «Ritter, Tod und Teufel», in “Elogio dell’ombra”, 1969.

[3] Borges, “L’Aleph”, 1949.

[4] Borges, “Labirinto”, in “Elogio dell’ombra”, 1969.

[5] Borges  “Del culto dei libri”, in “Altre inquisizioni”, 1951.

[6] Borges, “La dottrina dei cicli”; “Il tempo circolare”, entrambi in “Storia dell’Eternità”, 1953; “Nota su Walt Whitman”, in “Discussione”, 1932.

[7] Clemente di Alessandria, Stromata, I, 1, 14, 3-4. Vedi, anche, I, 1, 2, 3. – Edizioni Paoline, 2006, pp. 25 e 9-10.

[8] Mt, VII, 6.

[9] 1944, rivisto nel 1974.

[10] 1974.

[11] Borges, “Pierre Menard, autore del «Don Chisciotte», 1939, in “Finzioni”, 1944.

[12] Baruch Spinoza, “Trattato teologico-politico”, cap. VII, par. 18, in “Opere”, I Meridiani, Mondadori, 2015, p. 562.

[13] Baruch Spinoza, “Etica, V, proposizione XV, Op. cit., p. 1065.

[14] 1943, in “L’altro, lo stesso”, 1964.

[15] In “Elogio dell’ombra” , 1969.

[16] Borges, “Abbozzo di autobiografia, Einaudi, 1971, p. 126.

[17] Dialoghi con Osvaldo Ferrari, vol. 4, Reencuentro, Bompiani, 1999, p. 47.

[18] Richard Burgin, Conversazioni con Borges, Palazzi, 1971, p. 42.

[19] In “Elogio dell’ombra”, 1969, frammento n. 7.

[20] Edito da Bompiani, 1989, p. 154,

[21] “Cristo in Croce” in “I congiurati”, Mondadori, 1985 (penultimo anno di vita del poeta ad ottantasei anni di età).

[22] Conversazioni con Osvaldo Ferrari, Vol. III, Bompiani, 1987, pp. 34, 64, 158.

[23] Borges, “Deutsches Requiem”, in “L’ Aleph”, 1949.

[24] Borges, “La Trama”, in “La cifra”, 1981.

[25] Borges, “Yesterdays”, in “La cifra”, 1981.

[26] Borges, “Nuova confutazione del Tempo”, in “Altre Inquisizioni”, 1946.

[27] Baruch Spinoza, Etica, parte I, “Di Dio”, Proposizione XXXII, in “Opere”, I Meridiani, Mondadori, 2015, pp. 819-820.

[28] Borges, “Scacchi”, in “L’artefice”, 1960.

[29] Baruch Spinoza, Etica, parte IV, “Della schiavitù umana”, proposizione IV, corollario. Op. cit., p. 979.

[30] Borges, “La Divina Commedia”, in “Sette Notti”, 1977.

[31] Borges, “Il carnefice pietoso”, in “Saggi danteschi”, 1982.

[32] Dante, Inferno, XXVI, 107-109.

[33] Baruch Spinoza, Etica, II, proposizione XLIV, op. cit. p. 880.

 

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J. L. Borges: Il Vangelo secondo Marco (riflessioni su)ultima modifica: 2015-07-15T18:20:14+02:00da lettore2015
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